Una carriera che ha dell'incredibile: le foto di Giovanni Caruso

Collega di Giuseppe Fava, protagonista degli anni forse più bui di Catania, ma sensibile alle ingiustizie sociali di ogni parte del mondo, lo abbiamo intervistato in occasione di una mostra che, oltre a ripercorrerne la carriera, è testimonianza di coraggio, determinazione e libertà per chiunque si trovi in una condizione di disabilità, ma non solo


di Edoardo Sorbello

Nelle sale di Palazzo Scammacca, a Catania, circa un mese fa, è successo qualcosa di magico che ha messo a tacere ogni pregiudizio. Giovanni Caruso, fotoreporter che ha perso la vista ormai vent'anni fa, ha messo la sua macchina fotografica nelle mani di Alessio, un ragazzino di quattordici anni che il mondo non l’ha mai visto. Il primo scatto di Alessio, accompagnato dal sussurro di un piccolo «wow», ha rotto finalmente quel muro di pietà che troppo spesso circonda chi non vede, imprigionandolo entro limiti, divieti e complimenti edulcorati.

La mostra “Di luce e di vita”, curata da Marco Pirrello e Nancy D’Arrigo con il supporto di “Siciliani Giovani”, “Arci Catania” e “Fondazione Fava”, ha ripercorso i due tempi della fotografia di Caruso: dal lavoro al fianco di Giuseppe Fava prima al “Giornale del Sud” e poi a “I Siciliani”; dai reportage in Kurdistan, Perù e Chiapas, fino agli scatti più recenti, da quando nel 2020, a oltre 15 anni dalla perdita della vista, è tornato a fotografare il mondo. 

Non lo fa per sentirsi dire quanto è bravo "nonostante la cecità". Anzi, se lo trattassi con commiserazione, ti risponderebbe con la grinta di chi ha passato la vita in prima linea, dicendoti chiaramente che quella pietà può finire dritta nel cestino. La sua mostra è un grido di libertà: ci insegna che la disabilità non è la fine di tutto, ma solo un modo diverso di percepire ciò che ci circonda. E l’inizio di possibilità inesplorate.

Per lui, fotografare senza gli occhi non è un miracolo, ma una questione di tecnica, memoria e tanto studio. Caruso calcola lo spazio misurandolo con i propri passi e con i palmi delle mani. Usa un obiettivo particolare, il 35 millimetri, perché gli permette di inquadrare una porzione di mondo molto ampia, riducendo la possibilità di sbagliare. Si orienta sentendo il calore del sole sulla pelle, i rumori del traffico e gli odori della città. Dice sempre che sono le sue mani a vedere per lui, guidate da trent'anni di esperienza passati a insegnare fotografia agli altri. 

Questo coraggio di vivere al buio nasce da lontano, dagli anni '80, quando fotografava le strade di Catania sporche del sangue della mafia. Insieme a Pippo Fava, ha lottato contro il silenzio di una città che faceva finta di non vedere il male. Anche quando ha ricevuto minacce pesanti, non si è mai chiuso in casa. Ha scelto di restare in strada, tra la gente.

L'incontro con il giovane Alessio è stato lo scambio tra due compagni di viaggio. Mentre il ragazzo ringraziava Giovanni scrivendo in Braille su un foglio, è diventato chiaro a tutti che insegnare fotografia a chi non vede non è un sogno impossibile. 

Scegliere una pellicola ruvida per "sentirne" la grana sotto le dita e misurare la vita un passo alla volta: Giovanni Caruso ci sfida a guardare oltre le apparenze, puntando dritto al cuore della dignità umana.


Seguiteci su Instagram per vedere altre fotografie relative a questo post


Commenti

Post popolari in questo blog

Stereotipi di genere: la grammatica del patriarcato

Selfie con maiali e caprette - Un pomeriggio nell’Eden: l'Arca di Natalia a Trecastagni

Torna in veste nuova la Mostra del Mediterraneo: l'inaugurazione al Liceo "Archimede" di Acireale