Sudan, occhi su una guerra dimenticata

Viaggio alla scoperta del conflitto che, da anni, dilania l’Africa centro-orientale causando una crisi umanitaria senza precedenti. Un conflitto quasi del tutto sconosciuto, su cui si è cercato di fare chiarezza al Liceo “Archimede” di Acireale


Di Sofia Battiato e Gaetano Marino

Dall’aprile 2023, nell’Africa centro-orientale è in corso una guerra civile devastante tra l’esercito regolare sudanese e le Forze di supporto rapido. Un conflitto che ha provocato milioni di sfollati, violenze, emergenze sanitarie e una gravissima crisi alimentare. Secondo l’Onu, si tratta di una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, eppure continua a ricevere poca attenzione internazionale. Il liceo “Archimede” di Acireale ha scelto di accendere i riflettori su questa realtà grazie all’incontro con Daniela Melfa, docente all’Università di Messina, specializzata in storia dell’Africa, a cui ha preso parte anche Sara Scudero, volontaria di “Acireale abbraccia i corridoi umanitari”. La conferenza ha permesso a studenti e studentesse di approfondire le cause storiche e politiche del conflitto, i suoi sviluppi più recenti e le conseguenze sulla popolazione civile, nonché l’impegno per una umanità possibile. L’iniziativa, ultimo appuntamento del ciclo di incontri “Io ripudio: sentieri di pace, faccia a faccia con la guerra”, è stata coordinata dalla docente Paola Lizzio insieme agli studenti e alle studentesse del progetto “Operatori di pace con Emergency”.

COSA C’È DIETRO IL CONFLITTO? Il 15 aprile 2023, nella capitale Khartoum, esplode lo scontro tra le Forze armate sudanesi, guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Forze di supporto rapido del generale Mohamed Hamdan Dagalo. I due gruppi erano stati alleati nella caduta del regime di Omar al-Bashir, al potere dal 1989 dopo un colpo di Stato militare. Al-Bashir è stato accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra e crimini contro l’umanità per le violenze commesse contro le popolazioni civili, soprattutto nella regione del Darfur. “Just fall, that’s all”: i sudanesi vogliono la fine di questo governo trentennale e l’alleanza tra al-Burhan e Dagalo, grazie anche all’aiuto dei numerosi moti popolari, riesce nell’impresa. Nel 2019 il regime viene rovesciato. Ma nel 2021 esercito e milizie paramilitari compiono un nuovo colpo di Stato contro il governo di transizione democratica nato dopo la caduta di al-Bashir. Dunque, perché si arriva al conflitto? La rottura definitiva arriva quando l’esercito regolare tenta di integrare al proprio interno le Forze di supporto rapido, nate nei primi anni Duemila dal gruppo paramilitare dei Janjaweed, accusato di saccheggi, violenze e stupri durante la guerra in Darfur. Alla base dello scontro ci sono anche enormi interessi economici: il controllo di miniere d’oro, petrolio e terreni agricoli. «È una competizione per il monopolio del potere politico ed economico», ha spiegato Daniela Melfa. Il conflitto, inoltre, è sostenuto da alleanze internazionali: Egitto, Qatar, Turchia e Iran appoggiano l’esercito regolare, mentre gli Emirati Arabi Uniti sostengono le Forze di supporto rapido, ottenendo in cambio accesso alle risorse aurifere del Paese. Si fa così più evidente l’entità di un conflitto che non rimane entro i confini africani.

L’IMPATTO SUI CIVILI. Le studentesse e gli studenti di “Operatori di pace con Emergency” hanno approfondito durante l’incontro le conseguenze umanitarie della guerra. A tal proposito, l’UNHCR ha parlato della «più grave crisi di sfollati al mondo». Dall’inizio del conflitto, si registrano 150.000 mila morti, oltre 12 milioni di abitanti sono costretti a cercare rifugio nei paesi limitrofi (Egitto, Ciad e Sud Sudan) o in altre regioni. 30,4 milioni di sudanesi (oltre la metà della popolazione) ha bisogno di assistenza sanitaria ma 1 ospedale su 3 non è più operativo. I prezzi delle materie prime sono alle stelle, è diventato quasi impossibile accedere a cibo, carburante, medicinali. Durante l’incontro sono state presentate anche alcune testimonianze raccolte da Emergency sul campo. Tra queste, quella di Fedwa Ibrahim, dell’ambulatorio pediatrico di Khartoum: «La guerra è paura di scomparire, ma è anche paura di non essere visti: è la distanza che, da quasi tre anni, non si colma tra chi muore o sopravvive in silenzio e il mondo che resta a guardare con indifferenza. Non dimenticate il Sudan». Non possiamo permetterci che un tale conflitto non riceva sufficiente attenzione internazionale e che i più giovani restino totalmente disinformati a riguardo. 

SILENZIO MEDIATICO E DISUGUAGLIANZE. La guerra in Sudan è iniziata nello stesso anno dell'attuale conflitto israelo-palestinese. Eppure, la copertura mediatica è stata molto diversa. Le ragioni sono molteplici: il Sudan è un territorio difficile da raggiungere, il governo limita l’accesso ai giornalisti e il blackout delle comunicazioni rende complicata la circolazione delle informazioni. Ma forse c’è dell’altro. L’attenzione internazionale pensa che il conflitto non sia una minaccia per la sicurezza occidentale; dunque, non ci riguarda e lo lasciamo nel buio. Dobbiamo prenderne atto: le guerre in Africa, ed in particolare nell’area subsahariana, ricevono molta meno attenzione. I nostri interessi sono influenzati anche dal colore. Fortuna non per tutti. Organizzazioni umanitarie come Emergency, Caritas, Comunità di Sant’Egidio sono presenti sul territorio e offrono continuo supporto alla popolazione civile e agli sfollati nei paesi limitrofi. Ma senza andare troppo lontano, proprio ad Acireale, è attiva una rete di solidarietà promotrice e attuatrice di un progetto di accoglienza di una famiglia di profughi sudanesi arrivata in città attraverso i corridoi umanitari lo scorso novembre.

“ACIREALE ABBRACCIA I CORRIDOI UMANITARI”. I corridori umanitari offrono un ingresso sicuro e un percorso strutturato di integrazione; le famiglie che vi possono accedere sono poche, ma impattano profondamente nella vita di chi riesce a partire. E ad Acireale, questa visione ha preso forma due anni fa con la nascita della rete “Acireale abbraccia i corridoi umanitari”. Il progetto coinvolge gruppi scout, associazioni di volontariato, realtà ecclesiali e organizzazioni sociali del territorio. Sara Scudero, volontaria della rete, ha raccontato l’impegno per il percorso di integrazione della famiglia, composta da due giovani genitori, due bambini e una bambina in arrivo. Il progetto garantisce sostegno abitativo ed economico, inserimento scolastico per i figli e percorsi di formazione lavorativa per i genitori, con l’obiettivo di raggiungere gradualmente l’autonomia. I volontari, giorno per giorno, offrono la propria disponibilità affinché queste persone possano acquisire sempre più fiducia e consapevolezza nella nuova terra in cui si trovano. «I momenti di confronto e collaborazione tra i membri della rete sono fondamentali per rendere efficaci gli interventi», ha sottolineato Scudero. E proprio il rapporto di fiducia e rispetto reciproci consolidato tra la famiglia sudanese e i membri della rete è la dimostrazione della cura che i volontari impiegano nella loro missione, capaci di comprendere le necessità e le difficoltà di chi, fuggendo dal proprio paese, è spaesato in un ambiente sconosciuto e qui deve fare i conti con le ferite del passato e la speranza di una vita migliore. È la dimostrazione che l’umanità non conosce confini.

APRIRE GLI OCCHI. La rete acese apre le porte a chiunque voglia mettersi in gioco con esperienze di volontariato che possano restituire il senso umano del quadro storico e geopolitico che viviamo. Lo capiamo osservando i volontari in azione: ognuno di loro è guidato dalla voglia di aiutare il prossimo e dal desiderio di essere parte attiva di questo processo di integrazione. L’esperienza non rappresenta soltanto un aiuto concreto per chi arriva, ma anche un’occasione di crescita umana per chi sceglie di partecipare. Il risultato? Un arricchimento umano per tutti. In una realtà segnata dal silenzio e dall’indifferenza, conoscere storie, volti e persone permette di comprendere davvero cosa significhi oggi parlare di guerra, migrazione e solidarietà. E forse è proprio da qui che si può iniziare: aprendo gli occhi.


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