Intrecci di Pace tra scout e Caschi Bianchi: l’esperienza in Argentina di Paola Lovato
Un viaggio solidale dalle pendici dell'Etna a Puerto Madryn con una giovane volontaria che racconta la drammatica quotidianità dei bambini dei quartieri poveri, tra diritti negati, crisi economica e riscatto sociale attraverso l'istruzione e la nonviolenza
di Nelly Caruso
Pace. Una parola piccola, così sottovalutata da sembrare lontana, irraggiungibile. Eppure, è fatta di piccole azioni quotidiane che tessono da una parte all’altra del pianeta abbracci, rispetto e libertà. Lo sanno bene i volontari del servizio civile universale che scelgono di diventare Caschi Bianchi. Si tratta di giovani tra i 18 e i 29 anni che vivono un anno all'estero per impegnarsi in progetti di promozione della nonviolenza, della dignità umana e della tutela dei diritti umani in zone di conflitto o particolarmente fragili. Per chi è scout ha la possibilità di partecipare tramite Intrecci di Pace, un gemellaggio tra un'unità o una Comunità Capi e, appunto, i Caschi Bianchi. Si tratta di una proposta rivolta a chi desidera conoscere da vicino realtà lontane e toccare con mano contesti in cui i diritti umani fondamentali vengono purtroppo violati. Per capire meglio cosa significhi questa esperienza, abbiamo incontrato Paola Lovato, Casco Bianco attualmente in servizio a Puerto Madryn, in Argentina.
Dalle pendici dell'Etna alla Patagonia. Paola ha ventisei anni, è originaria di Santa Venerina (un piccolo comune etneo) e da cinque mesi vive in Argentina, uno dei Paesi rientranti nel progetto insieme ad altri come Albania, Bolivia, Brasile, Cile, Germania, Kenya, Paesi Bassi, Romania e Zambia. Il suo lavoro quotidiano si concentra principalmente sui bambini e sulle loro madri, ma il progetto si estende a tutte le persone che vivono in strada, spesso con gravi problemi di alcolismo: «È l’impegno di dar voce a chi non ha voce, mettendosi in relazione con le persone e riportando la loro storia». Un compito delicatissimo in cui, alla fine, per creare un legame bastano una tazza di mate, una merenda e una buona parlantina.
La crisi argentina vissuta da vicino. L'impatto con la realtà locale non è stato semplice. Durante la sua estancia Paola ha dovuto superare le barriere linguistiche dei primi mesi, ma a scuoterla profondamente sono state soprattutto le condizioni di vita intercettate: «Sembrava un misto fra un campo profughi ed un accampamento». L'Argentina sta attraversando una drammatica crisi politica ed economica, con un governo di estrema destra che ha tagliato i finanziamenti a pilastri fondamentali come l'istruzione e la sanità. Paola si ritrova così a contatto con bambini spesso abbandonati a se stessi, con i pidocchi e privati di una scolarizzazione adeguata. La situazione è talmente drastica che la scuola dura appena tre ore al giorno. E se qualche studente in Italia, inconsapevole della propria fortuna, potrebbe quasi esultare all'idea di un orario così ridotto, per i ragazzi argentini questo è un vero incubo: le lezioni saltano continuamente perché i professori non vengono pagati e scioperano. Per questo i Caschi Bianchi si occupano anche di fare doposcuola e di supportare i più piccoli nella gestione della rabbia e delle fragilità emotive.
Una scelta di campo: difendere i diritti. L’inquietudine di fronte alle ingiustizie ha spinto Paola a partecipare al bando: il desiderio di vedere il mondo mantenendo gli occhi aperti, per sentirsi parte attiva di percorsi di costruzione di pace e diffondere, oltre i confini geografici, i nostri valori costituzionali, come la libertà di pensiero e il diritto all'istruzione. «La cosa che mi spinge in tante scelte – ha commentato – è la necessità di prendere una posizione contro queste ingiustizie e di lavorare per ridurle». Tra i ricordi più toccanti racconta di un episodio in un campo estivo con bambini tra i 6 e i 12 anni. Mentre giocava al "fai finta di dormire e poi ti svegli" con un bambino dal passato difficilissimo — che aveva perso il padre e mostrava forti scatti d'ira —, Paola ha finto di addormentarsi. Per svegliarla, il piccolo le ha dato una sberla e si è ostinato a non chiederle scusa. Poco dopo, con gli occhi lucidi, le ha confessato il motivo di quel gesto: «Ho pensato che tu fossi morta». Da quel momento, Paola ha promesso a se stessa di prestare ancora più attenzione alle ferite invisibili delle storie che incontra. Attraverso i racconti di Paola, emerge con chiarezza come il servizio dei Caschi Bianchi sia un percorso denso di emozioni contrastanti, sospeso tra il dolore per i diritti negati e la bellezza dei legami umani. Ed è proprio questo intreccio profondo a renderlo un'esperienza meravigliosa.
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